Capitolo 1 – The Awakening

La prima luce dell’alba colse il bosco preparato all’evento. Gli uccelli che prima riposavano nei loro nidi vennero fuori ed incominciarono ad intonare il loro quotidiano canto, passeggiando sui rami degli alberi per guardarsi intorno prima di alzarsi in volo. Una leggera brezza scuoteva i rami degli imponenti alberi che popolavano il bosco, trasformandoli, facendo vibrare e scontrare le foglie, in enormi, lenti sonagli. L’erba alta aveva assunto l’aspetto di un mare agitato del colore dello smeraldo, per chiunque avesse potuto vederla dall’alto, sferzata dal vento che generava onde che increspavano la superficie di questo manto erboso.

C’era un unica piccola zona in cui l’erba era appiattita dalla sagoma di un uomo che dormiva senza preoccupazione e senza una qualsiasi protezione da un’ipotetica minaccia. Poco alla volta il cinguettio degli uccelli ed il frusciare delle foglie si insinuarono nella sua mente mentre l’erba lo accarezzava gentilmente come una madre che sveglia dolcemente il suo figlio addormentato. L’uomo, con fare incerto, lentamente aprì gli occhi, si aiutò con le braccia a mettersi in ginocchio, e si guardò intorno per ricordarsi dove fosse e come ci fosse arrivato. I pensieri si confondevano nella sua mente come macerie catturate da un uragano, che pazientemente attendono la fine della sua furia. Si portò una mano alla testa; il dolore era forte ma si costrinse a restare lucido e a cercare una soluzione alla sua attuale condizione.

Si trovava in un bosco sconosciuto, senza armi e senza sapere dove poter andare. Quando si mise in piedi il freddo del mattino lo colpi in pieno; involontariamente usò le mani per riscaldarsi e si accorse di essere completamente nudo e di aver dormito senza vestiti, quindi cominciò a cercare con gli occhi e poi con le mani i suoi indumenti. Dopo una decina di minuti di inutile ricerca si arrese all’evidenza che la sua roba non si trovasse nello stesso posto del proprietario. Le alternative in quel caso non erano molte, anzi, l’unica possibilità che aveva era quella di trovare qualcuno che potesse aiutarlo e quindi decise che la soluzione migliore fosse incamminarsi verso una direzione qualsiasi, sperando che quella macchia di alberi ed erba non si estendesse troppo.

Si diede un rapido sguardo intorno e scorgendo tra i rami degli alberi la sagoma di una serie di montagne che si estendevano alla sua destra, decise di lasciarsele alle spalle e di dirigersi a valle con la speranza di riuscire ad avvistare un villaggio il più presto possibile. Il terreno non era perfettamente piano, e la lieve pendenza, unita alle piccole pietre e ai sottili rami che costellavano il suolo e che esponevano il piede nudo a continue ferite, costringevano l’uomo a proseguire lentamente. Le ore passavano lente, il ritmo altalenante del suo procedere era diventato ipnotico e cominciava ad estraniarlo dalla realtà;in quella condizione di isolamento riusciva a percepire perfino il battito del suo cuore. Un tam-tam che cresceva di intensità, diventando così forte da eguagliare il rumore di una decina di tamburi che suonano all’unisono. Questo pensiero lo fece quasi inciampare su una radice sporgente di un faggio, e lo riportò alla realtà. Fu solo allora che si accorse che il rumore non proveniva da se stesso, bensì dall’esterno ed il suono che sentiva era quello di veri tamburi che si avvicinavano. Sentimenti contrastanti si agitavano in lui in quel momento: da una parte la voglia di andare a chiedere aiuto era forte, ma la paura di finire in un guaio ancora peggiore di quello in cui si trovasse lo bloccò sul posto.

Si guardò intorno per cercare un posto da cui poter vedere, senza essere scoperto, la strada oltre il piccolo dirupo, a pochi metri sotto di lui. Trovò non lontano una piccola sporgenza coperta da un folto cespuglio cresciuto in obliquo che offriva un ottimo nascondiglio lasciando scoperta solo parte della testa. La raggiunse rapidamente e senza esitare strisciò nel cespuglio ed attese in silenzio concentrato sulla direzione da cui proveniva il suono. Passarono alcuni muniti che per lui sembrarono interminabili. L’ansia cresceva sempre di più, e la paura con essa. I graffi che gli procuravano i rami del cespuglio sulla pelle nuda non facevano che accentuare il suo stato d’animo. Si sentiva frustrato e ridicolo. Tutta questa situazione gli sembrava ridicola; le uniche cose che desiderava erano dei vestiti e qualcosa da mangiare, come confermava anche il suo stomaco. Invece doveva attendere nascosto sotto ad un fastidioso cespuglio l’arrivo di nemmeno sapeva cosa.

La sua attesa non durò ancora a lungo, il suono dei tamburi era ormai prossimo e presto avrebbe intravisto da dietro l’angolo a una decina di metri sotto di lui cosa provocava quel suono. La prima cosa che entrò nella sua visuale fu la testa di un grosso cavallo albino dal collo lungo che avanzava fiero quanto il cavaliere che lo montava. Questi indossava un armatura nera che copriva tutto il corpo, ed un elmo a forma di testa di serpente ne nascondeva il volto impedendo di vedere qualsiasi lineamento del viso. Dietro di lui seguiva un folto gruppo di uomini in corazza scura con spalline verdi ed una cintura dello stesso colore. La mancanza di elmi tra i soldati a piedi rivelava dei volti adulti, dalla pelle scura, e molti di questi avevano una barba lunga e non curata. I loro capelli erano neri come le loro corazze e pochi di loro avevano già i segni della vecchiaia. Sembravano tutti uomini duri pronti a sfoderare la grossa spada che portavano alla vita e pronti a dimostrare di saperla usare e , pensò l’uomo nascosto, provando gioia nell’usarla.

Alla fine per chiudere la fila arrivarono quattro tamburi portati da uomini che non avevano nulla da invidiare in stazza ai soldati che li precedevano. suonavano quegli strumenti con potenza e riuscivano a far arrivare quel suono a distanze davvero elevate. In mezzo al quadrato formato dai suonatori un soldato con una veste completamente bianca, fortemente in contrasto con l’abbigliamento dei suoi compagni, teneva in alto uno stendardo bianco con il bordo verde che raffigurava, per quanto riuscisse a vedere da quella distanza, uno strano animale a quattro zampe, con tre teste di animali differenti , delle ali squamate che terminavano con degli artigli affilati ed una coda a forma di serpente.

Vide passare oltre di lui quel centinaio di soldati ripensando a quanto adatta fosse stata la scelta di nascondersi.. Si immaginò a spiegare a quelle facce non molto allegre cosa ci facesse nudo in una foresta e tutte le possibili conclusioni di quella conversazione non vedevano lui in una buona posizione. Attese qualche minuto ancora per essere sicuro di non avere compagnia ed uscì dal suo nascondiglio. La posizione sopraelevata e la mancanza di ostacoli gli offrivano la visibilità di cui aveva bisogno. Non poco distante da li, dove gli alberi diventavano più radi e lasciavano spazio alla campagna, vide quello che stava cercando.

Era arrivato il momento di procurarsi dei vestiti.

Si era aspettato di arrivare a destinazione quando ancora ci fosse stata luce a guidarlo, ma non aveva considerato la sua difficoltà nel camminare a piedi nudi, e raggiunse la campagna quando ormai il sole era scomparso oltre l’orizzonte e l’unica fonte che illuminava il suo cammino era la luna non ancora piena che splendeva in un cielo sereno. La fattoria di fronte a lui era proprio come l’aveva vista da lontano, una piccola abitazione con un tetto a spiovente, un grande magazzino dove probabilmente tenevano gli animali da soma e dove conservavano gli attrezzi per coltivare la vasta distesa di campi che circondava la casa. Un basso muro escludeva dal resto del paesaggio la casa ed un piccolo giardino, in cui crescevano fiori che non riusciva a riconoscere al buio, ed un grosso albero. La luce del fuoco acceso filtrava fuori da una finestra aperta ed illuminava tutto l’interno permettendogli di vedere abbastanza decentemente due figure intente a cenare.

Una figura femminile di spalle, piegata sul pentolone che fumava sul fuoco del camino, assaggiava il suo contenuto ed annuiva. Intanto una figura alta e grossa, a giudicare dall’ombra, si muoveva vicino al tavolo alle spalle della donna. Avvicinandosi con cautela restando piegato, in modo che il muro coprisse tutta la sua figura, si sporse un poco per dare una occhiata all’interno. La donna si era seduta accanto al camino, probabilmente in attesa che la cena fosse pronta, e continuava a dare le spalle alla finestra. L’ombra che aveva visto in precedenza era quella di un uomo alto e dalle spalle larghe. Il lavoro nei campi lo aveva reso muscoloso e, malgrado la pancia abbondante che si ritrovava, lo rendeva un nemico da evitare, almeno per quella notte. Alcune zone grigie tra i suoi corti capelli castani e tra la sua barba vecchia di qualche giorno davano chiari segni della sua non più giovane età; un grosso naso riempiva gran parte della faccia e costringeva gli occhi ad un ruolo secondario. Stava lavorando un pezzo di legno con un piccolo coltello per dargli la forma di un cucchiaio. Usava l’arnese con buona maestria, lavorava il legno con colpi decisi ed ogni tanto rigirava l’oggetto tra le dita e lo osservava critico.

Lasciò i due alle loro occupazioni e spostò lo sguardo verso il piccolo giardino dove una lunga asta appoggiata a due rami fungeva da appendiabiti. Cercò di muoversi con cautela, la bassa erba produceva un leggero rumore sotto i suoi piedi ma non era abbastanza da farlo scoprire. Prese un pantalone ed una canotta, sapeva che non sarebbero state giuste per la sua taglia ma in quel momento era tutto quello che aveva a disposizione. Indossò di fretta gli indumenti e poi si avvicinò al grosso albero. La fame lo costringeva a restare li ancora un po’ a discapito del pericolo. Allungò una mano e con cautela staccò una grossa mela da uno dei rami più bassi.

Improvvisamente un cane uscì dall’oscurità e cominciò ad abbaiare nella sua direzione, si ritirò con velocità e corse verso il muretto dove si nascose in attesa; lo spavento improvviso aveva accelerato i battiti del suo cuore. Il cane ancora abbaiava, ma era legato all’albero e non poteva raggiungerlo. Era quasi riuscito a rilassarsi ed a tirarsi in piedi quando la porta della casa si aprì e l’uomo barbuto uscì brandendo un bastone largo quanto il suo polso. Si guardò intorno nel buio della notte, aspettando che gli occhi si abituassero all’oscurità, poi si diresse verso il suo cane, lo accarezzò e cercò di tranquillizzarlo. Il cane abbaiò ancora un paio di volte nella direzione dove lui era nascosto e poi si calmò.

Il contadino alzò gli occhi dal suo cane, si girò e restò immobile per qualche secondo a fissare lo spazio vuoto sull’appendiabiti; il suo sguardo divenne duro come il marmo, aumentò la presa sul bastone come a volersi sfogare su di lui. Poi qualcosa a cui aveva pensato lo fece ritornare alla normalità, allentò la presa sul bastone, si guardò ancora in giro e rientrò in casa con un espressione tranquilla.

Il cuore dell’uomo nascosto ci mise un po’ di più stavolta a riprendere il giusto ritmo. Non sapeva cosa sarebbe successo se fosse stato scoperto, ma quel bastone non prometteva niente di buono. Attese qualche minuto in più, il tempo di far tornare normale anche il respiro, e si incamminò restando abbassato finché non fu sicuro di essere al sicuro da occhi pericolosi, e rientrò nella macchia di alberi. Ripensò al comportamento del contadino, si chiese se il giorno successivo sarebbe stato possibile andare a scusarsi e, se il caso avesse voluto, farsi aiutare in qualche modo.

Un grosso pugno nero uscì dall’oscurità di un albero e lo colse alla sprovvista in pieno viso. Prima che potesse cadere delle forti mani lo presero e lo issarono in spalla. Un soldato in armatura nera guardò il suo compagno mentre si caricava il corpo sulle spalle.

<<Portiamolo all’accampamento, il capitano si occuperà di lui>>.

Mentre il suo compagno cominciò a dirigersi nella foresta con il peso dell’uomo addosso, il soldato si diede un’ultima occhiata alle spalle in direzione della fattoria, guardò per terra, raccolse la mela che era caduta all’uomo e poi scomparve anch’esso nell’oscurità.

 

 

 

 

Roghar si godeva, come ogni sera, il piacevole tepore del camino in quella fresca sera di primavera. L’inverno era stato clemente con i contadini ed aveva risparmiato i campi rendendo il lavoro più semplice e meno stancante. Quella sera la sua attenzione era tutta concentrata sulla sua opera, un cucchiaio di legno, da mettere al posto di quello rotto il giorno prima. Sua figlia odiava quando succedeva ed ogni volta lui si scusava e si rimetteva a lavoro. Aveva una discreta abilità con il coltello per incidere, e quando terminava un lavoro si sentiva orgoglioso. Ovviamente sapeva fare anche altro oltre ai cucchiai, ma quelli erano la cosa che faceva più spesso. Forse perchè le faceva male, pensò. Stavolta aveva deciso di rendere l’oggetto più resistente tagliando di meno sul collo, dove finisce l’impugnatura. Così sperava di mangiare molti pasti senza dover sentire le lamentele di sua figlia.

Distolse un attimo lo sguardo dal suo lavoro per guardare verso il camino la figura seduta li accanto in attesa che la zuppa di fagioli fosse pronta. Meareedit attendeva con pazienza la cottura della cena; ogni tanto immergeva il grosso mestolo nella pentola ed assaggiava la zuppa per sentire se mancasse qualcosa. Cucinava in modo quasi perfetto,ma ci teneva a controllare sempre che tutto fosse come lei voleva, ed era forse questa sua caratteristica che la rendeva una cuoca eccezionale. Annuì soddisfatta dopo l’ultimo assaggio e Roghar sapeva cosa significasse, ed era pronto a testare il cucchiaio appena terminato. Quando sua figlia si voltò per dirgli di prendere i piatti lui aveva già preparato la tavola. Si ergeva dritto con le mani sui fianchi ed un sorriso beffardo sul viso. Meareedit ricambio quel gesto con un sorriso ancora più caldo del fuoco nel camino, poi, con attenzione, prese una pezza per evitare di scottarsi e cominciò a spostare la pentola da sopra il fuoco. Roghar corse subito in suo aiuto, le tolse la pentola dalle mani o per meglio dire, litigò con lei per chi dovesse spostare la cena dal fuoco. Lo facevano quasi ad ogni pasto, e quasi sempre la mole del padre aveva il sopravvento sull’esile corpo della figlia. Una volta appoggiata la pentola rovente sulla base di pietra del camino cominciò a riempire i piatti che la figlia prontamente gli passò. Meareedit portò il suo piatto a tavola e si sedette in attesa del padre che la raggiunse subito dopo aver abbondantemente riempito il proprio. Aveva riempito così tanto il piatto che per potarlo a tavola senza far cadere una sola goccia di zuppa, per evitare le urla della figlia, impiegò qualche minuto. Arrivò tutto sudato a causa del vapore prodotto da questo, la figlia lo guardò e dopo qualche secondo scoppiò a ridere, e quando si riprese lo rimproverò, come faceva ogni volta, di aver esagerato con le porzioni.

Si asciugò la fronte con il panno che Meareedit gli preparava ogni volta per queste situazioni, poi prese l’ultima sua creazione artistica, la mostrò con orgoglio alla propria figlia e la immerse nella zuppa.

Fu proprio in quel momento che il cane cominciò ad abbaiare. Roghar, ancora piegato sul piatto, si alzò di colpo, si diresse verso la porta senza dimenticare di prendere li vicino il suo spesso bastone, usato come arma per scacciare gli animali e all’occorrenza per difendersi da qualcosa di peggiore. Disse a sua figlia di aspettare dentro, aprì la porta ed usci nella buia notte. Attese qualche istante sull’uscio della porta guardandosi intorno aspettando che gli occhi si abituassero alla poca luce, il suo cane era stato addestrato per fare la guardia e se stava abbaiando era meglio non correre alla cieca, ma valutare la situazione con calma. Quando fu soddisfatto della sua vista al buio si affretto a raggiungere l’albero a cui il cane era legato. Guardando un po’ intorno ed un po’ verso il basso riuscì con qualche carezza a rassicurare l’animale e a farlo smettere di abbaiare. Poi si girò e vide che mancavano, sull’appendi panni dei vestiti che la figlia aveva messo ad asciugare quella mattina. Ricordava benissimo la scena, ma non ricordava invece la parte in cui lei li toglieva. La consapevolezza che un ladro aveva rubato i suoi vestiti lo mandò su tutte le furie, strinse con violenza il bastone pronto a cercare vendetta.

Poi si riprese, ragionò sulle possibilità che ci fosse un ladro nei paraggi, pensò ai suoi vicini, ai quali non interessava avere un paio di pantaloni nuovi, pensò a qualche bravata di qualche giovane del villaggio, delle prove di coraggio che anche lui amava fare da giovane.Ricordava con nostalgia i tempi in cui era la causa dell’ira della maggior parte degli adulti del villaggio, ma erano altri tempi ed ora certe cose non gli erano più permesse. Forse era per questo motivo che la sua figura incuteva un certo rispetto e timore, soprattutto sui giovani.

Si rilassò; non era il caso di agitarsi per così poco. Pensò alla zuppa, che ancora lo chiamava, e rientrò in casa pronto a finire quello che aveva appena cominciato.

Maereedit lo guardò con una faccia preoccupata ed attese paziente.

<< Qualche giovane del villaggio deve volermi fare uno scherzo, e chi sono io per rovinarglielo?>> disse cercando di rassicurare la figlia la quale non sembrava essere stata convinta dalle sue parole.<< Domani vado al villaggio e sistemo tutto. Non preoccuparti, la guerra non è diventata così violenta qui da costringere le persone a rubare; ed ora, vuoi essere tu a rubare a tuo padre il privilegio di godersi la tua meravigliosa zuppa?!>>. Sorrise alzando il cucchiaio e constatando che effettivamente reggeva meglio dei precedenti alla sua presa. Sperava che anche la figlia sorridesse e cominciasse mangiare, invece guardava fuori dalla finestra, quasi riuscisse a vedere in lontananza, nella notte, quello che accadeva.

<< Sono tempi strani >> disse abbassando gli occhi sul piatto per dedicarsi alla sua cena.

<<Si figlia, lo sono>> guardò lei che mangiava in silenzio e pensò ad un modo per farla sorridere, quindi allargò le braccia, e si sporse un po indietro sulla sedia<< Almeno speriamo che i vestiti siano della misura giusta>>.

Meareedit alzò gli occhi dal piatto, guardò la grossa pancia del padre e non riuscì a trattenersi dal ridere. Roghar sorrise alla figlia e in cuor suo la ringraziò poiché contribuiva, con il suo sorriso, a riscaldare una casa altrimenti fredda .

 

 

 

 

 

 

Sargos odiava con profonda convinzione la catena montuosa che lo circondava come una gabbia, le cui sbarre, alti picchi affilati come la punta di una lancia, assomigliavano alle zanne di un lupo pronto a mordere. Per una persona originaria del Talohen, una regione in cui la prateria regnava incontrastata e dove si poteva cavalcare per ore, a velocità sostenuta, senza vedere all’orizzonte l’ombra di una montagna, l’abbraccio della terra, il nome con cui i contadini chiamavano quel luogo, sembrava una morsa in procinto di stritolare.

Cavalcava alla guida dei suoi soldati dal mattino, concedendo due sole soste, una per il pranzo quando il sole era alto nel cielo, ed una durante il pomeriggio per essere raggiunto ed informato dalla retroguardia. Voleva assolutamente terminare il controllo mensile nei tre villaggi della zona il più in fretta possibile poiché riteneva questa pratica inutile e noiosa. I contadini, pur non apprezzando la presenza dell’esercito nei loro territori, accettavano le tasse imposte dal sovrano, pagandole prontamente per preservare la loro condizione di pace apparente.

Arrivarono in una larga radura nel momento in cui il sole calava verso l’orizzonte ed i suoi raggi, del colore del fuoco, filtravano timidi tra i rami degli alberi. Decise che era giunto il momento di fermarsi per la notte, quindi mandò due soldati a pattugliare la zona circostante, poi ordinò agli altri di montare le due tende dell’accampamento. Poiché Barlean, l’uomo vestito di bianco che reggeva lo stendardo, ogni sera chiedeva che venisse montata una tenda per riposare, Sargos, per non essere da meno, faceva allestire anche la propria pur non ritenendola una necessità.

I soldati lavorarono con velocità, ed in poco tempo tutto fu pronto e Sargos scese da cavallo per dirigersi verso la tenda.

Un piccolo tavolino ed una sedia erano tutto quello che la mancanza di altri cavalli permetteva di trasportare e quindi erano l’unico arredamento disponibile. Guardò il giaciglio ai suoi piedi con interesse, la stanchezza lo rendeva nervoso. Si avvicinò al tavolino slacciandosi l’elmo e, dopo averlo rimosso dalla testa, lo appoggiò delicatamente. Prese una grossa boccata d’aria ed assaporò la libertà dovuta all’assenza di elmo. Si colmò con quella sensazione di contatto con l’aria fredda di cui si era privato durante tutta la giornata. Passò una mano tra i capelli per ridare forma alla massa castana, lunga fino sopra il collo, che si era incollata sulla testa per colpa del sudore. Prese una bottiglia di un distillato proveniente dalle sue terre. Quando era nervoso adorava il sapore forte degli alcolici, ancor più perché quello aveva il sapore di casa; gli faceva dimenticare le preoccupazioni e lo rendeva più aggressivo con i suoi sottoposti, cosa che appagava particolarmente la sua frustrazione.

Un giovane soldato dall’aria inesperta annunciò la propria presenza ed entrò in punta di piedi. Moren era il suo scudiero, svolgeva compiti che nessun altro soldato avrebbe voluto portare a termine, anche se Sargos sapeva essere molto convincente con i suoi uomini. Non ricordava da quanto fosse alle sue dipendenze, ma lo serviva con estrema dedizione, tenendosi bene alla larga da possibili situazioni che potessero provocare la sua ira. Ma il generale provava un gusto particolare nel torturare psicologicamente quel ragazzo dai grandi occhi timidi e gentili, e non si sarebbe lasciato scappare questa occasione, non quella sera.

Gli occhi di Moren andarono da Sargos alla bottiglia di liquore, ed in pochi istanti comprese cosa stava per accadere. Cercò di tenere la voce ferma ma il sorriso maligno che Sargos gli rivolse lo fece quasi tremare, e più la sua paura cresceva più il piacere di Sargos aumentava.

<<Il generale desidera qualcosa prima di andare a dormire?>>. Attese con pazienza e con ansia. Sargos fingeva di pensare agli ordini da impartire, sapeva benissimo cosa dirgli, ma voleva aumentare la tensione nel giovane ragazzo.

<< Portami qui Barlean. Trascinalo per quella sua maledetta veste bianca se necessario. Ma portalo qui>>. Calcò con decisione le ultime parole e la minaccia nascosta in esse raggiunse Moren come un pugnale nel petto. Lo scudiero scattò fuori dalla tenda dopo aver eseguito il saluto lasciando da solo Sargos, che rivolse un sguardo colmo di desiderio al giaciglio preparato per lui, prima di accontentarsi della sedia. C’erano questioni che richiedevano la sua attenzione e non poteva rimandarle a domani. Guardò il bicchiere che aveva appena svuotato, afferrò la bottiglia e lo riempì nuovamente, per svuotarlo l’attimo successivo. Pensò ad una possibile punizione fisica per Moren e ad una scusa per potergliela infliggere . Lo aveva fatto marciare tutto il giorno con il doppio del carico sulle spalle perché la criniera del suo cavallo non era stata pettinata. In realtà, per quanto tenesse al suo prezioso animale, ignorava le condizioni della sua criniera che Moran curava sempre con molto impegno.

Era in procinto di ripetere questa procedura quando la tenda si aprì e l’uomo dal manto candido entrò senza farsi annunciare, andandosi a piazzare al centro della tenda, in piedi, in attesa.

<< Il generale Sargos ha richiesto la mia presenza? Ha qualche incombenza di cui vuole parlare con il sottoscritto?>>. Barlean misurava le parole con l’abilità di un diplomatico. Il suo tono di voce era estremamente calmo, capace di placare l’ira di un leone che combatte per la sua preda. Sargos invece era infastidito da questa sua caratteristica che, unita a quegli occhi sottili, esprimeva un indole tutt’altro che docile e manipolatrice. Ma non poteva fare a meno di quell’uomo. In battaglia la presenza di Barlean trasformava una rovinosa sconfitta in una eclatante vittoria. Proteggeva lui e il suo esercito con tutte le sue forze, come un Gailien protegge il suo compagno. Sargos non comprendeva l’uso della magia né possedeva alcun talento magico; si affidava completamente alla sua arma ed alla sua abilità nel maneggiarla. Ma quando una freccia rimbalzava a pochi centimetri dal suo petto sapeva chi ringraziare, pur tenendosi ben lontano dal farlo.

<< Risparmiami le formalità, Barlean, voglio notizie. I soldati mi hanno riferito che hai ricevuto delle informazioni dalla capitale. Voglio sapere cosa diavolo sta succedendo. Perché siamo ancora qui? in queste terre sperdute mentre la guerra avanza verso sud? Perchè guido i miei uomini a riscuotere tasse invece di condurli nel fuoco della battaglia?>> Si alzò di scatto dalla sedia portando con se il bicchiere e versando il contenuto per terra; ora riusciva a stento a trattenere la rabbia. Era furioso con il suo sovrano perché due anni prima lo aveva mandato in quelle terre a verificare la situazione, a mantenere l’ordine e ad approntare le difese. Lui, uno dei quattro generali dell’esercito del Khorantar, ridotto al ruolo di esattore delle tasse… Non riusciva davvero a sopportarlo!

Barlean invece manteneva il suo immutabile controllo, il suo volto rotondo guardava Sargos quasi con comprensione.

<< La situazione alla capitale è la peggiore>> Barlean guardò dritto negli occhi Sargos, che comprese la gravità nelle parole dell’uomo <<I miei informatori hanno scoperto che il Khoran è scomparso misteriosamente. Sembra sia accaduto molti mesi fa. Aranee ha cercato di occultare questa informazione in tutti i modi, impiegando i suoi uomini migliori nella ricerca, ma ad ora non ci sono tracce; si brancola nel buio più assoluto.>> Sargos ora aveva la bocca spalancata, l’alcool cominciò a fare effetto e le parole di Barlean impiegavano del tempo ad arrivare al cervello. Cominciò a sperare in uno scherzo fattogli dal mago per prendersi gioco di lui, ma il suo volto non lasciava spazio a dubbi. Era serio.

<< Aranee sta per rendere ufficiale la vicenda, ha cominciato a richiamare persone a lei fidate per proteggersi, e proteggere il regno da una possibile insurrezione. Ci sono molti nobili che non si lasceranno scappare l’occasione di mettere le mani sul trono. >> Sargos si lasciò cadere sulla sedia. Veniva bombardato dalle peggiori notizie che potessero arrivare alle sue orecchie. Il Khorantar stava sprofondando nel caos e lui se ne andava per villaggi annoiato e frustrato.

<< La guerra! Cosa è successo al sud?>> la sua voce divenne un sottile ansimare. Le parole vennero fuori per disperazione. Non gli importava che Barlean lo vedesse così, lo aveva visto anche in condizioni peggiori, ed ora non riusciva assolutamente a mantenere un minimo di compostezza.

<< E’ stata rallentata dove si è potuto e si è fermata dove continuare sarebbe stato soltanto dannoso. Siamo in uno stato di crisi generale. Aranee ha gestito in maniera impeccabile tutta la vicenda, devo ammetterlo. Grazie al suo tempestivo intervento non abbiamo avuto grandi perdite, ed i nostri rivali non sono stati ancora avvisati di quanto è successo.>>

Aranee… Sargos ripeté quel nome quasi come una bestemmia. Era sempre stata vicina al re, troppo per i suoi gusti. Quella donna era velenosa quanto un serpente, e letale il doppio. Se non fosse stato certo quanto la morte che lei non avrebbe mai tradito il Khoran si sarebbe chiesto se non ci fossero le mani di quella approfittatrice dietro questa misteriosa scomparsa.

La testa era sul punto di scoppiare, ma si sforzò di pensare a cosa fare << Dobbiamo tornare alla capitale. Il nostro posto è la>>.

<< Il tuo posto è qui, generale Sargos>> Barlean sembrava molto risoluto e questo sorprese Sargos quasi più delle sue parole << Gli ordini sono di restare al proprio posto e di fare il proprio dovere come il Khoran ha ordinato. La primavera è appena cominciata …se uscissimo dall’abbraccio della terra il gelo ci rallenterebbe e i fiumi in piena ci impedirebbero di raggiungere la capitale in tempo per fare qualsiasi cosa>> Barlean si calmò, il suo petto si sgonfiò e parlò a Sargos come faceva quando erano ragazzi << Dobbiamo aspettare qualche mese, non possiamo fare altro>>

Il rumore di passi fuori dalla tenda annunciò l’arrivo di Moran che osservò quasi sconcertato il suo generale, piegato sulla sedia, con un volto triste di chi ha perso tutto quello che aveva e non può fare niente per recuperarlo.

Lo scudiero se ne stava sull’entrata, terrorizzato all’idea di parlare ad un uomo in quello stato. Cercò di rivolgersi a Barlean, che sembrava più tranquillo.

<< Generale Sargos, signor Barlean, la retroguardia è tornata con un prigioniero. Attendono istruzioni>>.

Sargos lentamente recepì le informazioni che Moran riferiva. Ricordava vagamente una conversazione nel pomeriggio con gli uomini della retroguardia che affermavano di aver visto, quando avevano attraversato il sentiero montano, un contadino che si allontanava dal punto in cui erano passati. La cosa poteva non suscitare il suo interesse, sennonché affermavano che quel contadino andasse in giro senza abiti. In quel momento la stranezza della vicenda lo aveva incuriosito a tal punto da mandare i suoi uomini ad indagare. Ma le notizie riferitegli da Barlean avevano eliminato qualsiasi interesse per quella persona. Eppure era suo compito preoccuparsi di queste cose.

Cercò quindi di assumere il suo usuale tono di voce << Fallo portare dentro>>. Moran annuì e con un gesto chiamò i due soldati che portarono nella la tenda il corpo ancora tramortito di un contadino poco più grande di un ragazzo, con indosso dei vestiti troppo larghi per essere i suoi. Una delle due guardie mostrò a Sargos una mela e disse << Lo abbiamo trovato che si allontanava da una casa con questi vestiti e questa mela>>.

Doveva sicuramente trattarsi di un ladro. Sargos pensò di portarlo al villaggio e lasciare che fossero i contadini a giudicarlo. Erano molto severi riguardo ai furti e questo pensiero gli fece quasi tornare il buon umore. Diede disposizione di legarlo e di non perderlo di vista. Successivamente ordinò a tutti di lasciare la tenda; anche Barlean si congedò insieme agli altri, e Sargos rimase solo.

Ritornò al tavolo. Con una mano prese la bottiglia di liquore per il collo, la portò alla bocca e lasciò che il liquido scendesse direttamente in gola. Dopo lunghi sorsi sbatté con violenza sul legno la bottiglia vuota, che si frantumò in piccoli pezzi di vetro. Con difficoltà e senza voglia cominciò a togliersi l’armatura di dosso. Con tutto l’alcool che aveva in corpo era un compito molto difficile, ma non voleva che qualcuno lo aiutasse. Dopo qualche minuto riuscì a liberarsi dal fastidio del metallo, spense la luce e lasciò che finalmente il suo corpo cadesse privo di forze sul giaciglio.

Il buio lo avvolgeva quasi volesse ingoiarlo. Il suo animo era turbato da mille pensieri: la guerra, il regno, e il Khoran. Si ricordò di un amico di infanzia, una persona con cui aveva condiviso gran parte della sua vita.

<< Maledizione Roal, dove diavolo sei?!>>

Perso nei suoi pensieri lentamente chiuse gli occhi e lasciò che il sonno si impadronisse di lui.

 

 

 

 

Roghar si svegliò prima di sua figlia quella mattina. La sua camera era fredda, ma la poca umidità rendeva la temperatura sopportabile. Era abituato ad alzarsi, lavarsi quel tanto che bastava per svegliarsi, e prepararsi prima della comparsa del sole all’orizzonte.

Quel mattino, come aveva promesso a Meareedit, era intenzionato ad andare al villaggio per indagare sul furto dei suoi vestiti. Anche se la sera precedente aveva affermato di non essere preoccupato, la vicenda lo aveva turbato profondamente. Essendo una persona che non riusciva a lasciare in sospeso certe vicende, voleva assolutamente scoprire che fine avessero fatto i suoi pantaloni.

Uscì di casa e si diresse verso una botte poggiata accanto alla parete, immerse le mani nell’acqua che era contenuta all’interno e se la butto in faccia cercando di togliersi quell’aria assonnata che si ritrovava. Con il volto ancora umido si diresse verso la stalla. Aprì una le due grandi ante dell’ingresso per poter far uscire il suo carretto.

Nella stalla un paio di vacche scodinzolanti salutarono l’arrivo del loro padrone, ma quella mattina non aveva tempo per portale a fare un giro, sarebbe stato un compito che avrebbe svolto sua figlia. Roghar invece andò dal suo cavallo da traino, un animale tozzo, con le gambe grosse ed il corpo non molto lungo, ottimo come animale da soma, con un manto marrone chiaro, quasi dorato, che aveva spinto il contadino a chiamarlo Fieno.

Quando Fieno lo vide avvicinarsi gli mostrò il collo, ed attese che il suo padrone lo accarezzasse. Aveva una criniera corta, che andava spazzolata presto, altra cosa che avrebbe fatto al suo ritorno. Roghar diede un paio di carezze al collo dell’animale e lo salutò affettuosamente. Alzò l’asta che teneva l’animale chiuso nel suo (posto che non ricordo come si chiama). Il cavallo si fece imbrigliare senza protestare e Roghar lo montò facilmente al carretto.

Portò il carretto fuori dove sua figlia lo raggiunse molto contrariata

<< Se tu stai andando al villaggio, come penso tu stia facendo, allora toccherà a me fare tutto stamattina>>

Si sporse nella stalla, vide le vacche che attendevano scodinzolando e muggendo, quindi sospirò e si arrese alle volontà del padre.

<< Figlia mia sono sicuro che te la caverai benissimo come sempre>> disse salendo sul carretto e prendendo in mano le redini. Sorrise in direzione della figlia che lo guardava a metà tra la rassegnazione e la frustrazione, diede un paio di colpi e Fieno partì seguendo la strada che portava al villaggio.

<< Tornerò molto prima che il sole vada a dormire, quindi non stare in pena per me>>

Mearedit non lo stava più ascoltando. La vide entrare nella stalla mentre il carretto si allontanava. Ora poteva smettere di sembrare tranquillo quando in realtà nell’ultimo periodo le preoccupazioni si affollavano nella sua mente come galline sul granturco. L’arrivo dei soldati aveva portato tensione e malcontento. Ma mentre alla maggior parte dei contadini interessava solo poter continuare a vivere nelle proprie abitazioni, per Roghar l’idea della guerra portava con se solo brutti ricordi, ricordi che avrebbe preferito lasciare nel dimenticatoio della memoria.

Non sopportava la presenza di quel gruppo di soldati guidati da quel generale con la testa di serpente. Quel ragazzo giocava a fare l’uomo ed in generale nelle loro terre, li dominava come fosse un sovrano, spaventando la popolazione. Erano ormai due anni che sopportavano le tasse di un regno troppo lontano per imporre la propria influenza in quelle terre. Questi pensieri lo accompagnavano mentre percorreva la terra battuta che separava la sua fattoria dal villaggio di Mountblack.

Non passo molto tempo che vide in lontananza le prime case. Mountblack poteva essere chiamato senza indugio un vero villaggio. A differenza dei paesini di Wonderhill e di Torlanes, che non potevano vantare neppure una locanda, qui potevano permettersi il lusso di un municipio dove il consiglio si riuniva per prendere le decisioni più importanti. E’ stato in quel posto che Roghar si era battuto verbalmente per opporsi alla sottomissione all’esercito. Ma una sola voce, per quanto forte, non può competere contro il coro di chi cerca di salvare la propria quotidianità. Non portava rancore per nessuna di quelle persone. Scegliere tra combattere e sopravvivere a volte è difficile quanto scalare uno dei picchi dell’abbraccio.

Si avvicinò sempre più al villaggio e notò che stranamente molti degli abitanti si dirigevano verso la piazza principale. Fermò il carretto dopo aver raggiunto le prime case e legò il giogo ad un albero vicino. Se si fosse avvicinato a piedi avrebbe attirato meno attenzione. Mentre si avvicinava alla folla una donna formosa e in carne, con dei ricci capelli scuri che quel giorno aveva legato dietro la testa, lo notò e gli si avvicinò. Gloria Cown era una donna pettegola che si interessava più delle questioni altrui che delle proprie, la sua voce era fastidiosa quanto il latrare di un cane in piena notte. Il suo volto rotondo arrivò ad un passo da quello di Roghar. La donna, zitella non per scelta, cercava in tutti i modi di farsi notare dal contadino che cercava di evitarla il più delle volte. Il suo lungo naso percorreva il tratto di strada che separava le due facce mentre lei si protendeva per bisbigliare qualcosa all’orecchio di Roghar.

<< Sai, bel contadinotto, sembra che oggi sia venuto a trovarci l’esercito>> lo disse sorridendo, ed il modo con cui socchiuse gli occhi era un indiscutibile indizio del fatto che ci fosse ben altro di più interessante oltre quella notizia. Attese che fosse lui a farsi avanti. In quel momento non seppe se ad infastidirlo fosse la donna o la presenza dell’esercito, ma con un non troppo garbato “grazie della bella notizia” lasciò li la donna e proseguì verso la piazza. Superò altre persone a cui avrebbe potuto chiedere informazioni. In quel momento voleva soltanto andare a vedere cosa accidenti stesse succedendo.

Al centro della piazza rettangolare le persone si erano disposte formando un grosso cerchio intorno all’asta su cui una bandiera bianca veniva legata quando il consiglio si riuniva. Quel giorno non era appeso niente a quel palo eppure le persone si accalcavano per vedere come tanti insetti attratti dalle luci delle lanterne.

All’esterno del cerchio, una decina di soldati annoiati aspettavano a ridosso della parete di una casa, lanciando sguardi interessati alle giovani ragazze che passavano, da cui ricevevano molti sguardi torvi e pochissimi sorrisi.

Si fece largo tra la calca, qualcuno al centro stava parlando di cose accadute la scorsa notte. riconosceva la voce, se la sognava a volte la notte, e sognava anche di strangolare la persona che la possedeva. Sargos si ergeva in tutta la sua baldanza ed ostentata arroganza quasi al centro del cerchio, dietro di lui, a qualche passo di distanza, alla sua destra, il suo viscido consigliere se ne stava serio ed ascoltava in silenzio, scrutando la folla con quegli occhi che sembrava potessero vedere dentro ognuno di loro.

Il generale indicava un ragazzo dell’età di Meareedit, muscoloso ma di costituzione snella, aveva un liscio cespuglio nero in testa che arrivava a coprirgli gran parte dell’orecchio. Lo sporco ed il sudore nascondevano un volto liscio e piacevole. Dei profondi occhi chiari, l’incontro di un cielo azzurro con il verde di un prato all’orizzonte, guardavano per terra. Erano occhi che sapevano cosa significasse rimanere completamente soli, e che ora si rassegnavano al loro destino. Gli tornarono alla mente ricordi di tanto tempo fa, gli stessi occhi di una bambina che aveva perso tutto ed attendeva in silenzio la fine della sua vita.

Sargos intanto puntava il dito verso il giovane legato al palo e parlava alla folla. Chiedeva se qualcuno di loro lo conoscesse. Se fosse di un villaggio vicino. Lo accusava di essere un ladro. Doral Calanden, il capo del villaggio uscì dalla massa di persone e si rivolse al generale con tono serio ed autoritario.

<< Questo giovane non appartiene al nostro villaggio e sebbene Mountblack vanti un ospitalità impareggiabile, lei sa bene che non sopportiamo chi deruba la roba altrui, quindi se è certo che si tratti effettivamente di un ladro sarà giustiziato come vuole la legge del luogo>>

Il generale guardò compiaciuto Doral, un lieve sorriso di trionfo sul suo viso non sfuggì a Roghar, e un gesto degli occhi di Doral gli fece intendere che non fosse il solo ad essersene accorto. Il capo del villaggio non si scompose minimamente e continuò a sostenere lo sguardo autoritario di Sargos.

<<Questo “ladro” si rifiuta di parlare, non so neppure come sia fatto il tono della sua voce, e non mi interessa. Quello che invece so è che indossa vestiti di diverse taglie più grandi e che nessuno di voi sembra conoscerlo. E’ stato già ampiamente torturato, ma non siamo riusciti a tirargli fuori nulla, neppure come abbia fatto a superare il posto di blocco all’ingresso di questa maledetta prigione che voi chiamate abbraccio>>

Il sorriso dal suo volto sparì con la stessa rapidità con cui era venuto, quell’uomo sembrava posseduto da un entità malvagia che a tratti prendeva il sopravvento sulla sua parte normale, che non era poi tanto diversa dalla versione cattiva.

Roghar guardò i vestiti che il giovane indossava ed i suoi dubbi divennero immediatamente certezze. Sargos e Doral continuavano a discutere sul breve futuro del condannato, il primo spingeva per la decapitazione, il secondo temporeggiava incerto.

Se ci avesse pensato un attimo di più probabilmente non si sarebbe messo in una situazione così pericolosa. Prese un lungo respiro ed avanzò nella piazza.

<< Cosa accidenti state facendo a mio nipote? Siete impazziti, legare così un giovane che non ha fatto nulla di male.>>

La folla ora aveva spostato la propria attenzione su di lui. Abitava a qualche ora di distanza dal villaggio ma tutti conoscevano la sua eccentricità. Doral lo guardava stupefatto e preoccupato, Sargos invece gli lanciò un occhiata carica di odio, che accrebbe notevolmente la sua sicurezza. Il giovane legato alzò lo sguardo e vedendo chi aveva parlato sgranò gli occhi. Fu solo un istante, lo sguardo di Roghar incontrò quello del ragazzo che ricambio con un cenno del capo.

<<Questo è mio nipote Thoran, figlio di un mio cugino che abita ad ovest, nelle terre del Kanta. La sua attività di mercante di lana al sud è stata ostacolata dall’avanzare della guerra e mi ha chiesto di prendermi cura di suo figlio per un po’. E’ arrivato ieri ed è normale che nessuno qui lo conosca. Indossa i miei vestiti perché i suoi erano sporchi>>

Roghar si augurava che la storia improvvisata al momento fosse convincente. Doran sembrava più sollevato all’idea di non dover uccidere nessuno, mentre Sargos cominciava a farsi rosso, probabilmente di rabbia. Barlean da dietro guardava incuriosito la scena.

Ma Sargos sembrava non convinto del racconto e come un lupo che aveva catturato una preda dopo tanta carestia non era intenzionato a lasciarla andare facilmente.

<< La mia retroguardia lo ha visto andare in giro per la foresta nudo e poi con questi vestiti di dosso si allontanava da una casa lontano da qui. Come me lo spieghi questo?>>

Roghar doveva stare attento e distrarre Sargos prima che si accorgesse che il ragazzo era arrossito.

<< Probabilmente i tuoi uomini non sono così attenti come ti fanno credere. Posso assicurarti che mio nipote ieri non se ne andava in giro nudo per la foresta, ma mi aiutava con il lavoro nei campi. Quella da cui si allontanava era la mia casa,e per quanto riguarda quello che stava andando a fare, non dovrebbero essere cose che riguardano l’esercito. Dovreste avere cose più importanti a cui pensare>>

Sargos era al limite, Roghar stava esagerando, ma voleva portare il generale a non pensare con lucidità, altrimenti avrebbe facilmente scoperto l’inganno. Quello che lo spaventava era l’atteggiamento del suo viscido consigliere. Lo scrutava profondamente e sembrava avesse già intuito tutto… ma allora perché se ne stava in silenzio?

<< Vecchio campagnolo bugiardo, mi spieghi come ha fatto tuo nipote ad attraversare la gola senza essere notato dai miei uomini?>>

Sargos non voleva proprio mollare, ormai la sfida era tra loro due, Barlean sembrava divertito, e Doran voleva evitare qualsiasi spargimento di sangue.

<< Come ti ho spiegato probabilmente i tuoi uomini non sono così attenti come vogliono farti credere, se fossi in te legherei loro. E poi sappi che ci sono moti modi per un uomo di divincolarsi da un abbraccio>>

Roghar sorrise della sua battuta, comportamento non molto serio, ma sapeva che avrebbe fatto infuriare notevolmente il generale.

Infatti Sargos sfoderò la spada, i suoi uomini sentendo che la discussione cresceva di intensità si fecero rapidamente strada tra la folla ed accorsero pronti ad estrarre le armi. Roghar rimase immobile, aveva raggiunto il suo obiettivo e traeva sicurezza ora dalla rabbia del suo nemico. Sperò solo che gli abitanti del villaggio non lo lasciassero morire.

<< Maledettissimo vecchio, pagherai caro questo affronto, la tua testa verrà appesa al palo dove tuo nipote sarà lasciato a marcire senza cibo finché la sua carne non sarà… >>

<< Sargos adesso basta.>> L’uomo dalla veste bianca si intromise nell’ira del generale << Non siamo qui per litigare con i contadini, ricorda che ci sono cose più importanti molto lontano da qui a cui dobbiamo pensare >>

Queste parole placarono in parte la furia del generale, che rinfoderò la spada, riacquistò un colorito quasi normale, ma continuò a lanciare un occhiata carica di odio verso Roghar.

<< Questa volta la tua vita è salva, ma fa che ne io ne nessuno dei miei uomini veda la tua faccia o quella di tuo “nipote”.>>

Detto questo si rivolse ai suoi uomini, ancora all’erta e con le mani sull’elsa della spada.

<< Andiamo via da questo maledetto villaggio >> senza aggiungere altro si allontanò dalla piazza e si diresse verso la zona ad est del villaggio, dalla parte opposta a dove Roghar aveva lasciato il carretto. ad aspettare quegli uomini c’erano altri soldati ed un cavallo bianco.

La folla resto qualche altro momento ad osservare la strana situazione che si era creata. Roghar non le diede peso e si mosse per slegare il ragazzo. Doran si avvicinò indispettito e lo portò con se lontano da orecchie indiscrete.

<< Roghar Do Renaee perché diavolo ti sei comportato così sconsideratamente? Potevi mettere te stesso ed il villaggio in una pessima posizione>> la sua voce era ferma. << E poi quel nome, come ti è saltato in mente di usare quel nome? Lei non ne sarà affatto felice, e ringrazia che a conoscere la verità siamo soltanto noi due >>.

Roghar era scocciato da quella ramanzina, anche se sapeva di aver corso molti rischi, tutto era finito per il meglio.

<< Stavo improvvisando, ho usato il primo nome che mi è venuto in mente. Vedrai che capirà.>>

Doran spostò lo sguardo da lui al ragazzo, aveva perso interesse nel rimproverarlo, ed ora osservava pensieroso quel giovane confuso ed un po’ impaurito che si guardava attorno incuriosito.

<<Almeno Credi che ne vanga la pena?>> Sospirò rassegnato. << E’ pur sempre un ladro>>

<< Io non credo lo sia, penso piuttosto che abbia un disperato bisogno di aiuto ed ho intenzione di dargliene quanto più possibile>>

Roghar era serio e guardava con decisione il suo vecchio amico che non poté far a meno di annuire.

<< Va bene, dopotutto la decisione è tua, ma se qualcuno dovesse lamentarsi non potrò far finta di niente.>>

<< Non mi sembra il tipo da creare guai. Sicuramente mi darà una grande mano con quelle braccia muscolose che si ritrova, dobbiamo vedere quanto siano abituate a lavorare>>

Roghar portò le mani sui fianchi e cominciò a ridere. Poi, accortosi di essere l’unico a stare ridendo cercò di darsi un contegno, non era venuto li per perdere tempo, ne per salvare persone dalla morte. Il giorno precedente mentre lavorava nei campi, una parte di terreno più dura delle altre aveva opposto troppa resistenza all’aratro a mano che stava usando. Provando a spingere da dietro, si trovò costretto ad usare tutta la forza che aveva. Quando finalmente l’aratro si liberò improvvisamente dall’impedimento Roghar era troppo sbilanciato per riuscire a rimanere in equilibrio e finì con la spalla su una trave sporgente. Stette i successivi 10 minuti ad imprecare contro quello che scoprì essere un masso. La spalla gli doleva incredibilmente, la manteneva con la mano cercando di attutire il dolore, fortunatamente era vicino a casa e poté tornare subito per farsi controllare dalla figlia. Un enorme livido viola scuro copriva la spalla. Sua figlia era più arrabbiata che preoccupata.

Il dolore si stava attenuando ma era comunque troppo forte per permettergli di lavorare.

<< Doran per la verità io sono venuto al villaggio non solo per i miei vestiti ma anche per un incidente avuto ieri. >> Si massaggiò la spalla contrariato, ora era Doran a sorridere.

<< Quindi Meareedit ti ha ordinato di venire a chiedere una mia pomata, bene, bene. Se non ci fosse lei probabilmente ti porteresti questo genere di cose fino alla tomba. Voi uomini non avete il minimo rispetto per il vostro corpo. E tu marito non ridere come se la cosa non riguardasse anche te >>

La signora Lamaer, donna grassoccia, con un seno abbondante ed un volto gentile e materno uscì dalla casa vicina con un barattolo di legno tra le mani. La sua voce era miele che trasformava in complimenti le peggiori offese.

<< Tieni, questo basterà per te ed anche per il ragazzo. Le sue ferite se possibile sono peggiori delle tue. >> sospirò guardando le braccia coperte di lividi del ragazzo poi tornò su Roghar << Non far preoccupare tua figlia. Tu sei tutto quello che ha, non dimenticarlo>>

Roghar rimase senza parole per la tempestività della donna, che gli diede il barattolo senza dargli il tempo di replicare. La ringraziò calorosamente, salutò il suo amico e ritornò dal ragazzo.

Rimase qualche momento a guardarlo. I suoi muscoli erano davvero ben fatti, segno di una attività frequente. la sua statura stonava se messa a confronto con la media del villaggio. I giovani della zona dovevano superare di poco le sue spalle. Ogni tanto si passava una mano tra i capelli cercando di spostarli dagli occhi, ma questi, troppo lisci per stare al loro posto, ritornavano puntualmente davanti.

Roghar gli fece cenno di seguirlo ed andarono insieme al carretto, il sole aveva passato da poco il suo punto più alto e stava cominciando la discesa verso l’orizzonte. Stimò che sarebbero arrivati poco prima di quanto promesso a sua figlia. Fieno li attendeva impaziente e nitrì vendendoli arrivare. Roghar si guardò intorno. Non aveva dimenticato la conversazione con Gloria e sperava di poter evitare di doversi scusare. Sempre guardingo slegò il carretto e salì seguito dal ragazzo. Gloria in quel momento entrò nella sua visuale, non ci pensò due volte e con un deciso colpo di redini mise fretta a Fieno che quasi ad interpretare i desideri del padrone si avviò a passo spedito verso casa. Roghar non si voltò verso la donna ma sapeva in anticipo che non l’avrebbe presa bene. Ma a lui non importava. Il matrimonio non era una sua preoccupazione, era troppo avanti con l’età per pensarci, e poi una donna in casa era già sufficiente. Almeno con il ragazzo avrebbe avuto un alleato in più.

Mentre il carretto si incamminava per la strada del ritorno il silenzio tra loro due divenne imbarazzante. Roghar non era un genio quando si trattava dei rapporti personali, ma si costrinse comunque a sondare il terreno. Con un piccolo colpo di tosse diede il via alla conversazione.

<< Allora ragazzo, ho dovuto chiamarti Thoran per necessità, ma credo tu abbia un nome tuo. Non mi dispiacerebbe saperlo>>.

<< Io…io non ricordo il mio nome, ne da dove vengo. Non ricordo nulla. Ieri mi sono svegliato nudo su una di queste montagne senza sapere come ci sono arrivato. Questi luoghi non mi dicono nulla >>

Roghar lo guardò con attenzione , cercava di capire se gli stesse mentendo. Aveva un grande fiuto dovuto all’esperienza, ed era quasi certo che il ragazzo gli stesse dicendo la verità.

Thoran guardava i suoi piedi.

<< Nipote… figlio… cugino. Cosa significano tutte queste cose?>>

Roghar lo guardò perplesso. L’affermazione era indubbiamente strana, ma lo sguardo incuriosito del ragazzo era troppo sincero per essere voluto.

<< Beh… ragazzo… sono nomi che noi diamo ai nostri parenti, i componenti di una stessa famiglia>>

<< Famiglia?>>

Roghar gli rivolse lo sguardo più affettuoso che il suo faccione permettesse. Provava tenerezza per le condizioni del ragazzo, ed ogni momento che passava era la conferma di aver fatto la scelta giusta.

<< Vedrai che con il tempo capirai cosa è una famiglia>>

La fattoria era ormai all’orizzonte ed il sole, un disco arancione scuro alle loro spalle, proiettava lunghe ombre sulla strada che stavano percorrendo. Roghar decise di rimandare la conversazione con il ragazzo. Finalmente, pensò, poteva riposarsi da quella lunghissima giornata. Sperò che Meareedit avesse preparato già la cena, la sua fame era insaziabile.

<< Vedrai>> disse a Thoran << Mia figlia sarà felicissima di conoscerti>>.

Non ne era molto convinto, però illudersi non costava nulla. Quando raggiunsero la fattoria si diresse verso casa e fece segno a Thoran di seguirlo. Avrebbe sistemato dopo il carretto.

Entrarono in casa e trovarono Meareedit intenta a preparare la cena. Sentì la porta che veniva aperta e si girò in quella direzione. Roghar entrò per primo, poi si fece da parte e permise a Thoran di entrare.

<< Vedo che sei tornato padre>> squadrò il nuovo arrivato dalla testa ai piedi non molto contenta << E vedo che hai ritrovato i tuoi vestiti, anche se io avrei cercato un modo meno appariscente per riportarli a casa>>

Era il momento della verità, Roghar si preparò alla reazione della figlia, anche se sapeva che non c’erano modi per prepararsi adeguatamente alla sua rabbia.

<< Figlia, Thoran era in difficoltà… Testa di serpente voleva farlo impiccare o decapitare o spellare vivo, oppure tutte e tre contemporaneamente… dovevo fare qualcosa… non avevo molto tempo… >>

Roghar vide la padella di rame passare a poca distanza dal suo viso e tirò un sospiro di sollievo, ma quando subito dopo sentì il rumore del colpo ed i lamenti di Thoran capì che non era lui il bersaglio. Il ragazzo preso completamente alla sprovvista si massaggiava la fronte dolorante mentre Meareedit cercava qualcos’altro da lanciargli contro. Roghar non attese che la figlia si riarmasse e spinse di corsa Thoran fuori casa. In quelle condizioni era impossibile cercare di ragionare con lei, era meglio lasciare che sbollisse.

Accompagnò Il ragazzo ed il carretto nella stalla, senza fretta slegò Fieno e lo rinchiuse nel suo box. Disse al ragazzo di attenderlo li, presto sarebbe tornato, e si diresse verso la casa. Entrò, il pavimento sembrava un campo di battaglia. Ciotole, bicchieri e pentole erano state lanciate per terra con violenza. Per fortuna nessuna era rotta. Di sua figlia neppure l’ombra. Si fece strada tra il caos della cucina e si diresse nella camera da letto di Meareedit. Li sua figlia, se ne stava seduta al buio sul suo letto, le mani sul grembo ed il volto perso nel vuoto. Non si mosse all’arrivo del padre.

<< Perché?>> Il suo tono di voce era piatto, il volto non si muoveva << Perché vecchio mi fai questo dopo tanti anni?>>

Roghar era dispiaciuto, ma sapeva che quello non sarebbe bastato, distolse lo sguardo, non aveva il coraggio di guardare Meareedit in quel momento

<< Sono stato costretto dalle circostanze>> la tristezza per quello che stava provando sua figlia era evidente nella sua voce, le parole suonavano più come scuse che come motivazioni, ma era tutto quello che le poteva dare. << Non avevo molto tempo, lo avrebbero ucciso presto, quel ragazzo non merita di morire, i suoi occhi sono colmi di sofferenza. E’ solo… proprio come te tanti anni fa. Non mi è venuto in mente nessun altro nome in quel momento, mi dispiace>>

Meareedit alzò lo sguardo, la sua rabbia era evidente, sembrava sul punto di lanciarsi verso di lui per morderlo.

<< Ti dispiace?>> Gridò << Non mi importa quante scuse troverai, per me quel tipo poteva anche morire tra le fiamme del Dorreal e portare con se i suoi occhi sofferenti. Vattene e non provare a rientrare in casa per le prossime settimane. >>

Roghar non protestò, questa volta più delle altre se lo era meritato. Lasciò sua figlia e chiuse la porta dietro di se. Stavolta aveva superato anche il limite della decenza. Passò dalla sua camera, prese due coperte e due cuscini. Dalla cucina portò via un grosso pezzo di pane e del formaggio. Abbastanza carico, con quegli oggetti ingombranti che gli rallentavano il cammino si diresse nella stalla. Thoran era ancora li che lo aspettava facendo compagnia a Fieno, Roghar gli passò la roba e gli disse di preparare sulla paglia in fondo alla stalla due giacigli artigianali. Uscì e si diresse verso il melo in giardino, staccò due frutti dall’albero e tornò indietro. Aiutò Torhan a preparare i giacigli, il ragazzo non sembrava avvezzo a questo tipo di lavori.

Quando si fece buio Roghar prese una lampada dalla parete dell’ingresso e la accese con un cerino. Cenarono con quello che lui aveva preso da casa. Fu una cena silenziosa. Roghar ripensava a sua figlia ed al suo comportamento, invece Thoran mangiava con entusiasmo quel misero pasto come se non mangiasse da giorni. E pensando a come lo aveva trovato, era una possibilità.

Rhogar era così poco affamato quella sera che lasciò anche la sua parte di pane e formaggio, ed addentò la mela. Thoran terminò di mangiare, si ricompose e si inginocchiò verso Roghar.

<< Devo ringraziarti per tutto quello che hai fatto per me.>> Roghar era stupefatto ed un po’ imbarazzato. << Mi hai salvato dalla morte, mi hai dato un posto dove dormire, hai litigato con quella ragazza che si chiama figlia, mi hai dato da mangiare, tutto questo per niente. Te ne sono grato. >>

<< Ragazzo non mi ringraziare, ho fatto solo quello che ritenevo giusto, e poi ti sorprenderà sapere quante volte finisco a dormire in questo posto >> La risata gli uscì forzata, ma era comunque meglio di niente.

 

<< Ora è meglio andare a dormire, domani vedrai che si sarà calmata e ci farà tornare in casa. >>

Thoran annuì ed andò ad occupare il suo posto sulla paglia. Roghar si alzò per andare a chiudere la porta della stalla, poi raggiunse il giaciglio e cercò di prendere sonno. Quella era stata davvero una lunga giornata.